Stefania Galegati

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  • Opening   From 18:00
Press-release

Pinksummer: “La serie Rewind, Le tele dei fantasmi, La spada forgiata col meteorite ferroso, il video in cui Ivano Marescotti si scontra con un'altra dimensione, i nani e il samurai radioattivo. Guardando all'indietro e in prospettiva, il tuo lavoro tende a svelare all'improvviso aspetti misteriosi e in qualche modo inintelligibili della realtà. Tu muovi dal quotidiano per catapultare in una visione del reale che trascende i canoni di razionalità. Credi che la realtà sia il ponte per accedere ad altri mondi possibili o semplicemente t'interessano queste realtà extralogiche per affermare che nulla è scontato?”

S.G: “Queste due possibilità non si escludono l'un l'altra. Mi piace quando la realtà è talmente intensa da collassare su se stessa. Per esempio, quando ho avuto il meteorite in mano la prima volta mi sono emozionata: pensavo al fatto che proveniva da una zona fra Marte e Giove, ma quello che avevo in mano era un pezzo di ferro...”

P: In un epoca in cui l'alterità si afferma prepotentemente attraverso attacchi spettacolari all'occidente o di virus quali la SARS, paure ancestrali tornano a galla come corpi di annegati. Il tuo lavoro sembra affermare una sorta di pessimismo nei confronti del progresso e della conoscenza umana. Il mistero annichilisce il concetto di conoscenza e in qualche modo di difesa: se hai paura dei ladri metti la porta blindata, se hai paura di Dracula ti devi affidare all'aglio o alla croce. Cusano affermava che la nostra conoscenza sta come il poligono al cerchio in cui è inscritto, tanti più lati avrà il poligono tanto più si avvicinerà al cerchio, ma non arriverà mai a coincidere con esso. Conoscere significa fare dei raffronti con oggetti definiti, nel momento in cui è impossibile fare paragoni ci può ancora essere conoscenza?

S.G: Non è nelle intenzioni del lavoro avere un atteggiamento pessimistico nei confronti del progresso o della conoscenza umana. I riferimenti a cose misteriose o pericolose hanno sempre una funzione intrinseca ad ogni singolo lavoro. E comunque non è nelle mie intenzioni fare terrorismo psicologico attraverso il lavoro, ma piuttosto sfruttare criticamente le reazioni psicologiche generalizzate di fronte a certe cose: per esempio, il samurai è radioattivo ma lo è molto meno delle zone bombardate con uranio impoverito; le storie dei fantasmi spariscono nelle tele, il pezzo di meteorite è stato usato per costruire un altro oggetto... insomma c'è sempre una sorta di leggerezza e distanza nel toccare questi temi. Quindi, tornando alla vostra domanda, penso che la conoscenza sia una tendenza indispensabile. Forse dovremmo essere più lucidi e informati per riconoscere che gli eventi che producono fobie collettive, spesso servono a qualcuno molto potente per proteggere ed aumentare il proprio impero. Se penso ai misteri del mondo in questo modo mi viene voglia di cercare di conoscere i motivi della guerra in Iraq, della morte di Enrico Mattei, Moro, la strage di Bologna, Ilaria Alpi, le conseguenze dell'uranio impoverito... bhè potrei andare avanti un bel po'...

P: L'installazione del samurai fa coesistere l'idea di piccolo con quello di potenza e di pericolosità. Nella nostra civiltà quantitativa la forza sta nell'estensione e non nella concentrazione. Si tratta di una critica al materialismo?

S.G: No, il samurai non vuole criticare nessuno. Mi viene chiesto spesso se il samurai ha delle intenzioni politiche, ma no, a me interessa solo il valore aggiunto che può suscitare l'idea di radioattività rispetto all'insieme del lavoro. Anche il fatto che sia piccolo è necessario a se stesso, ad aumentarne la densità.

P: Le tue tele dei fantasmi hanno suscitato molte perplessità fra coloro che conoscono il tuo lavoro, di fatto hanno un che di ingenuo e narrativo che può infastidire. Una volta hai affermato di non voler scalfire in nessun modo la storia della pittura, cosa intendi?

S.G: Usare la pittura è pericoloso perché ha una storia talmente lunga e compiuta e intoccabile. Una buona risposta può essere che non sapete se questi quadri li ho dipinti io o li ho fatti realizzare. Anche le foto della serie rewind sono ingenue rispetto alla storia della fotografia o i video lo sono rispetto alla tv, ma lì nessuno si pone il problema. E' stato il progetto ad aver bisogno di quel tipo di pittura, volevo che fosse come un racconto ingenuo ma schietto, affaticato e timoroso ma leggero. Quasi che facesse dimenticare i particolari della storia che, in qualche modo, racconta.

P: L'idea di luogo è un concetto intorno al quale ruotano tanti tuoi lavori, tra cui, il progetto che presenterai da pinksummer. Si tratta semplicemente di ricercare la location adatta rispetto al progetto o sono i luoghi a suggerire il progetto?

S.G: Mi pare che si aiutino sempre a vicenda. Il progetto è solo simile all'idea iniziale. E' stato anche un po' un caso girare per una via sterrata, dopo giorni che andavo a zonzo a cercare paesaggi, e trovare questo posto. Ho capito subito che era il posto che cercavo.

P: Negli studi del progetto fotografico che presenterai in galleria, il luogo sembra non avere alcun rapporto ontologico con i personaggi che lo percorrono, il paesaggio rimane deserto e la presenza umana è straniante. Perché?

S.G: Perché si tratta di una idea astratta di viaggio, e quello è un luogo di passaggio. I personaggi del resto si adattano a una lentezza e malinconia del luogo. Non succede niente, nessuno fa niente, però c'è un tempo di lettura, anche se lento.

P: Per la realizzazione di quest'ultimo progetto fotografico, quasi una sequenza filmica, hai utilizzato photoshop. Noi abbiamo un forte pregiudizio nei confronti dell'elaborazione digitale della fotografia che è stata utilizzata per ottenere effetti spettacolari e punto. Tu non hai mai elaborato al computer le tue fotografie perché questa volta hai utilizzato photoshop?

S.G: Non bisogna odiare i mezzi. Una volta odiavo l'incisione, poi ho scoperto alcune incisioni molto belle. Odiavo anche photoshop perché era ingannevole, pensavo che non avesse un'etica... però credo che nel 800 anche la nascita della fotografia abbia provocato sentimenti reazionari. Photoshop mi serviva per distorcere quasi impercettibilmente la realtà, perché questa è un'operazione pittorica.

P: Perché nell'invito hai utilizzato l'immagine di L'educazione di un libertino" di Hogart?

S.G: Da qualche anno, ogni tanto riguardo un piccolo catalogo di Hogart. Ha un tempo di lettura molto lento, c'è sempre qualche nuovo personaggio da scoprire e c'è anche una costante decadenza malinconica. Mi sembrava potesse dare una buona via di lettura a questo mio lavoro.

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Opening photography   Stefania Galegati + Paolo Palmieri