Mariana Castillo Deball

figures don't lie, but liars can figure

  • Opening   From 18:00
Press-release

Pinksummer:Partiamo dal proverbio, attribuito tra gli altri a Mark Twain, che hai scelto come titolo per la mostra da pinksummer: Figures don't lie, but liars can figure.
Montaigne affermava che chiamiamo barbaro e selvaggio ciò che non è riconducibile ai nostri usi e costumi, e che riteniamo migliore ciò che di fatto alteriamo con manipolazioni e accomodazioni adeguate al piacere dei nostri gusti corrotti. Credi che il mondo abbia una sua esistenza "oggettiva", autonoma dalla nostra percezione/interpretazione?

Mariana Castillo Deball: Ho trovato il titolo della mostra, Figures don’t lie but liars can figure, nel libro di Roy Wagner Coyote Anthropology; una serie di conversazioni tra Wagner e Coyote, che ruotano intorno alla domanda su come il significato venga creato, un gioco a nascondino tra la percezione, la rappresentazione e la realtà. Secondo Coyote, “la percezione è una questione molto delicata”.

[Roy: “Quindi perchè la percezione è falsa?”

Coyote: “Vedy, Roy, noi non vediamo il mondo che vediamo, non sentiamo i suoni che sentiamo, non tocchiamo le cose che tocchiamo, o in nessun modo percepiamo quello che percepiamo, ma quel qualcos’altro che sta in mezzo.”

Coyote: “Certo. Come si suol dire: ‘Figures don’t lie but liars can figure’ (le cifre non mentono ma i bugiardi possono fare i conti).”

Roy : “I suoni e le forme alle quali sei stato allenato a reagire e a proiettare (cosicché ora questo è diventato completamente inconscio) formano il modello o il contenuto della realtà a prima vista. Gli spazi tra e intorno a quelle parole, o tra le parole e le cose che rappresentano, che noti solo di passaggio, formano lo sfondo della realtà al secondo sguardo.”]

P: Il problema filosofico in Grecia è nato per spiegare l'intero, la totalità delle cose, cambiando strutturalmente lo sviluppo della civiltà "occidentale" rispetto a ogni altra. La filosofia fin dalle origini ha avuto lo scopo di demitizzare. I miti antichi erano la poesia, la fantasia, l'immaginazione, ma di fatto la filosofia ha preparato il terreno per i nuovi miti della razionalità e della scienza tendenti a parcellizzare il reale. Misurandosi con la totalità del mondo la filosofia si è confrontata con la sua inarrestabile metamorfosi, il divenire, trovandosi costretta per amore di sapienza a classificarlo, catalogarlo per ripresentarlo cristallizzato dentro a cause e principi aureolati di assoluto.
Tempo fa, presentandoci il progetto per pinksummer, rifacendoti a Ovidio e alle sue Metamorfosi, affermasti che conoscere il mondo significa dissolvere la sua solidità. Il mondo di Ovidio, scrivesti, è al di là delle qualità degli attributi e delle forme che definiscono la varietà delle cose. Credi che sia possibile una "de-elenizzazione" del sapere?

MCD: [RM: Sai che cosa significa Mimolette?

MCD: Mimolette è un processo di fermentazione delle idee. Il processo consiste nel mantenere il respiro, specialmente in quei momenti in cui hai così tanti pensieri e idee che la tua testa sembra stia per esplodere. E’ in quel momento di “quasi esplosione” che l’effetto Mimolette funziona al meglio.
Agli Yanomamis non è permesso pronunciare i propri nomi. Se qualcuno si ammala, per esempio, e va dal dottore, deve essere accompagnato da un parente, così quando il dottore chiede “Come ti chiami?” l’altra persona può rispondere per lui. I nomi segreti sono più forti dei nomi pronunciati; alcune persone credono che ci sia una quantità limitata di nomi nell’universo, e se qualcosa o qualcuno rimane senza nome, diventa una tragedia.
Le idee, in questo processo di fermentazione, iniziano ad avere forme e modelli, marmi, cristalli, blu, rossi, viola, gialli, bianchi. Non ci sono colori che iniziano con M?]
Da: Forse Sì Forse No: Una conversazione tra Mariana Castillo Deball e Raimundas Malasauskas che è iniziata nel mezzo dell’alfabeto, è continuata sulle onde radio, ed è terminata intorno a mezzanotte.

P: A proposito degli uncomfortable objects su cui focalizza la mostra da pinksummer, è in corso a Genova una mostra dal titolo "Africa delle Meraviglie" curata da Giovanna Parodi da Passano (e Ivan Bargna con la collaborazione di Marc Augé), allestita dall'artista italiano Stefano Arienti. Al di là dei lavori presentati, non sapendo nulla di arte africana, ciò che ci ha incuriosito è il tentativo di sottrarre gli oggetti "esotici" dalla "violenza museale" della vetrina. In un articolo di un po' di tempo fa, Parodi da Passano additava il museo, in particolare quello etnografico dedicato a civiltà extraeuropee, con le sue “rappresentazioni competenti” e decontestualizzanti come “luogo principe di un'oggettivazione dell'alterità culturale che assimila e assorbe i manufatti per meglio votare all'oblio le culture che li hanno prodotti".
Spesso ti sei misurata con le "rappresentazioni competenti" per ottenere racconti del tutto finzionali, in questa mostra dal titolo che ci piace ripetere - le cifre non mentono, ma i bugiardi possono fare i conti - ci hai scritto di voler costruire una genealogia delle cose per osservarle come entità che sono state trasformate, mutate, piazzate in contesti differenti e contraddittori attraversando il tempo e lo spazio della Storia. Quello che tu definisci il non-umano, le cose scomode, hanno una possibilità di raccontarsi scontornandosi dal mondo che gli abbiamo costruito attorno?

MCD: Ultimamente, ho iniziato a collezionare dialoghi e fiabe tra non-umani, come le favole di Esopo, le Metamorfosi di Ovidio, i dialoghi di Lewis Carroll, le favole di Augusto Monterroso, Horacio Quiroga, Antonin Artaud, Sor Juana Ines de la Cruz, Mario de Andrade, Franz Kafka, e Montaigne.
All’inizio ho trovato questi dialoghi solo nei romanzi, ma successivamente ho iniziato a trovare esperimenti di questo tipo tra gli storici della scienza, filosofi, e antropologi. Credo che questo tentativo dipenda da una necessità di costruire una genealogia delle cose, per osservarle come entità che sono state trasformate, dismesse, mutate, e piazzate in diversi contesti contradditori nel corso della storia.
Che cosa hanno da dire i non-umani riguardo al mondo che abbiamo costruito intorno a loro, circa le nostre definizioni, manipolazioni e usi? Che cosa rimane degli oggetti dopo così tante manomissioni storiche e quale sarebbe la testimonianza di questi oggetti se potessero raccontarci la storia dalla loro prospettiva?
La società contemporanea è piena di oggetti scomodi, oggetti del desiderio, ricerca o immaginazione; essi rendono difficile la nostra concezione del mondo e ci inducono a prendere una posizione per cambiare completamente la nostra basilare comprensione dell’universo.
Gli oggetti scomodi vengono continuamente cancellati, rimpiazzati, neutralizzati, distrutti, per fare spazio a nuove cose, ma questa cancellazione non è mai completa, noi siamo sempre più circondati dalle cose, quasi-cose, frammenti, distorsioni e ibridi. Nel contempo c’è un contrasto tra le infinite possibilità e le risorse limitate. Il desiderio e il potere umano di trasformazione è forte e cieco, e ciò è manifesto nell’estinzione delle specie e nell’erosione delle risorse naturali.

P: Esistono oggetti confortevoli?

MCD: Penso che noi proviamo costantemente a produrre oggetti confortevoli o neutri, ma presto o tardi essi tornano a noi come detriti, fantasmi o congegni esigenti. Un oggetto confortevole è sempre relazionato ad un attore confortante.

P: Tu riconduci le due differenti attitudini cognitive al mito di Eco e Narciso, assimilando Eco alla modalità femminile e matriarcale, aperta all’ambiente e disponibile a farsi trasformare da esso. Narciso, cercando il riflesso di sé trasforma il mondo in uno specchio per affermare il suo individualismo. Tu colleghi Eco all’esperienza di riconoscere forme nelle concrezioni minerali di una grotta, dove identificare una forma richiede uno sforzo immaginativo. Narciso rappresenta la neutralità dello spazio espositivo, musei o gallerie dove le forme sono immediatamente riconoscibili. Ora, per la tua mostra, pinksummer sarà una galleria o una grotta?

MCD: La scorsa estate ho visitato la Chapada Diamantina, una regione del Brasile coperta da montagne, grotte, e altre formazioni minerali. Mentre visitavo alcune grotte accadeva spesso che la guida indicasse una particolare formazione chiedendo ai visitatori “cos’è?”. I visitatori invitati a fissare i muri astratti, tentavano di indovinare. Le figure potevano sembrare un delfino, una faccia, una sirena, una chitarra elettrica, un pezzo di pancetta. Ho trovato interessante un posto dove le figure erano apparentemente nascoste, quasi mimetizzate con l’ambiente, uno spazio dove non c’era differenza tra la figura e lo sfondo. Ho iniziato a pensare a come fossero diversi dall’esperienza della grotta i musei e le gallerie, dove lo spazio è lindo e bianco, e i lavori sono immediatamente riconoscibili. In termini di mitologia, ho pensato a Narciso come ad uno spazio espositivo, e a Eco come a una grotta. La pratica di trovare immagini all’interno dei muri e delle formazioni rocciose è vicina alla natura immaginativa di Eco, che prova a ripetere ciò che dice Narciso, ma la sua voce viene inevitabilmente distorta, diventando ogni volta altro. All’opposto, Narciso è un congegno ripetitivo, prova costantemente a confermare la sua immagine attraverso il suo riflesso nell’acqua. La conseguenza di questo gesto implica un completo rifiuto del mondo esterno, per confermare l’unicità di se stesso.

P: A proposito di Narciso e del suo egocentrismo, pensi che l’idea di progresso che ha portato a erodere le risorse limitate del nostro pianeta sia ancora un suo riflesso?

MCD: L’antropologo francese Claude Lévi-Strauss si è definito un viaggiatore, un archeologo nello spazio, cercando vanamente di ripristinare l’esotismo con l’uso di particelle e frammenti. Lévi-Strauss non è mai andato sulla Luna, ma attraverso l’esplorazione della natura umana nelle più remote parti del mondo, ci ha mostrato con la sua lente di ingrandimento la tendenza umana a raggiungere lo zero. La conoscenza umana cerca di dividere e frammentare la realtà per capirla, parole, concetti, mentalità e discipline collidono costantemente ognuna con l’altra creando particelle sempre più piccole, come polvere di luna.
Per Lévi-Strauss, l’umanità si è sempre opposta al decadimento universale. Essa appare come una macchina, forse più perfetta delle altre, che lavora nel disaggregare un ordine originario per far precipitare la materia organizzata nell’inerzia. Da quando ha iniziato a respirare e nutrirsi, fino all’invenzione dei primi strumenti termonucleari e atomici, l’uomo non ha fatto altro che dissociare allegramente milioni di strutture fino a ridurle ad uno stato in cui esse non sono più in grado di essere integrate.
Senza dubbio l’uomo ha costruito città e coltivato campi; ma, se ci pensiamo, questi risultati sono macchine destinate a produrre inerzia con un ritmo e una proporzione infinitamente più elevati rispetto all’organizzazione che essi implicano. In questo modo la civilizzazione, presa nella sua interezza, può essere descritta come un meccanismo molto complesso occupato nel fabbricare quello che gli scienziati chiamano entropia, che significa inerzia.
Per Lévi-Strauss, invece di “antropologia”, dovremmo scrivere “entropologia”, un nome per una disciplina dedicata a studiare questo processo di disintegrazione nelle sue manifestazioni più complesse.

P: Cosa presenterai da pinksummer per la tua prima mostra personale in Italia?

MCD: La mostra comprende amici e parenti di Eco, personaggi che sono costantemente in dialogo con quello che sta loro attorno, stabilendo conversazioni che trasformano di continuo la loro forma.
La mostra consiste in una serie di sculture in cartapesta, una tecnica che m’interessa da molto tempo, a causa della sua flessibilità e semplicità, e anche per il collegamento con l’artigianato messicano, dove viene utilizzata per svariati scopi. Le sculture ricordano modelli matematici impazziti, e includono anche immagini.
Stiamo realizzando in galleria un murale con una tecnica per il finto-marmo, a cui stavo pensando da parecchio tempo, che si ricollega ai miei interessi per i modelli astratti-organici, le grotte e i minerali bellissimi.
La mostra è il punto di partenza di un progetto nuovo. Questo viaggio si evolverà in una serie di fiabe di oggetti scomodi, un ritratto della società contemporanea attraverso gli occhi dei non-umani. Una raccolta di storie brevi interpretate da animali, creature mitiche, piante, oggetti inanimati, macchine e forze della natura.
L’antropologo James Clifford dà un buon esempio di come una mostra di oggetti scomodi potrebbe essere: “Abbiamo bisogno di mostre che interroghino i confini tra l’arte e il mondo dell’arte, un afflusso di artefatti “estranei” davvero indigesti. Le relazioni di potere, dove una parte dell’umanità può selezionare, valutare e collezionare prodotti autentici dell’altra, devono essere necessariamente criticate e trasformate. Questo non è un lavoro da poco. Allo stesso tempo si possono perlomeno immaginare mostre che abbiano per soggetto le produzioni impure, produzioni “non autentiche” del passato e del presente: mostre radicalmente eterogenee nel loro mix globale di stili; mostre dislocate in specifiche congiunture multi-culturali; mostre dove la natura resti “innaturale”; mostre i cui principi di incorporazione siano apertamente discutibili.” 1
Gli oggetti scomodi possono essere visti in modo straniante. Lo straniamento quindi diventa uno strumento integrante del processo creativo, implicando un’oscillazione tra la comprensione e la non comprensione. Tale alienazione, rendendoci consapevoli dei modi in cui creiamo narrazioni, discorsi e storie, ci avverte del contrasto tra la natura frammentaria della conoscenza e la sua naturale tendenza alla completezza.

  1. James Clifford, The predicament of Culture, p. 213
Invitation card
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Opening photography   Francesco Cardarelli