Invernomuto

Africa Addio

  • Opening   From 18:00
Press-release

Pinksummer: Chi diavolo sono Dracula Lewis e Palm Wine e cosa c’entrano con Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi e soprattutto con Invernomuto? Si tratta di “alias” la cui applicazione è circoscritta a ruoli specifici? Ci interessa chiarire la posizione di Dracula Lewis e Palm Wine rispetto a Invernomuto: già il collezionismo visivo è diffidente rispetto alla creazione di matrice multipla e comunitaria, figurarsi se saltano fuori anche alias con nomi da fumetto dietro a un collettivo, il cui nome rimanda a un’entità del romanzo “manifesto” del cyberpunk, che ha l’insofferenza ai limiti, propria di tutte le intelligenze artificiali, a partire dai poveri golem senz’anima.

Invernomuto: Invernomuto si è sempre mosso sui bordi delle discipline: arti visive, cinema sperimentale e musica. Il collezionismo è diffidente, vero, ma è anche vero che è un problema italiano. Invernomuto mira a creare un paesaggio di oggetti, suoni e ambienti; là, sulla linea dell’orizzonte, colloca elementi di ricerca, opere, che si staccano e possono incanalarsi nel mercato. È un processo naturale, per noi, ma non è nulla di inedito se si osservano altre realtà extra italiane.
Palm Wine e Dracula Lewis (rispettivamente SB e ST) sono progetti paralleli, che sondano mondi musicali, distinti ma affini alla ricerca artistica di Invernomuto. Curioso il fatto che fino a un paio di anni fa nella nostra bio non comparivano nemmeno. Kim Nguyen, direttrice di Artspeak a Vancouver, dove abbiamo presentato una personale a inizio 2015, per la prima volta ha incluso PW a DL in coda alla breve bio allegata al comunicato stampa; e lo ha fatto in maniera disinvolta.
Spesso si dimentica anche qual’è il valore e l’effettivo scopo di un moniker (o alias), che sia di un collettivo o di un singolo poco importa. Il suo effetto è quello di nascondere l’ego a favore di una visione più ampia, diversa, che spesso si muove su una linea tangente al reale, ma che proprio nel reale trova la sua efficacia. Un moniker non è un avatar, un moniker può lasciare un segno e spalancare migliaia di porte di siginificati appartenenti a mondi codificati o in fase di codifica, ma a differenza dell’avatar vive nel reale. Quindi un nome collettivo è un’evocazione prima di tutto, la creazione di mondi per noi parte indissolubilmente da qui.
Gli alias, o i moniker, derivano certamente dal retaggio sottoculturale nel quale siamo cresciuti. Siamo diventati allergici alle parole ‘inverno’ e ‘muto’, per certi versi, più volte abbiamo pensato di scrollarcele di dosso. Ma, dopotutto, perchè?

P: Il fake, attorno a cui s’informa la vostra poetica, è una condizione intrinseca al paesaggio inteso come sinonimo dell’antica physis, o è un elemento la cui introduzione è necessaria per eludere, come se si trattasse di una qualche forma di vestizione, la qualità sostanzialmente disumana e pericolosa della verità? Forse era Nietzsche che affermava che bisogna fermarsi coraggiosamente alla superficie, “all’Olimpo dell’apparenza” e goderne le forme, i suoni, le parole…. Il fake è l’assunto estetico della natura o un modo peculiare per attualizzare la Storia, varcando un portale finzionale, come dentro a un evento live di un gioco di ruolo?

I: “Non è mai stato così reale!” Così declamava un banner di Seconda Fondazione, gruppo di LARP italiano che abbiamo coinvolto nel nostro progetto Village Oblivia nel 2009. L’idea di portale, di cerchio magico, di un ‘dentro’ più reale del reale ci ossessiona da tempo.
È una questione di superfici: l’attraente morbidezza della materassina, una gomma che viene utilizzata per le armi dei player dei giochi di ruolo dal vivo, o quella della liquirizia Morositas. Usiamo i materiali (o i non-materiali come lo slimer verde) come indici di un immaginario e di un’epoca storica. E nei materiali includiamo anche la pasta del video e del suono, plasmati in maniera diversa rispetto al tipo di storia che stiamo raccontando.
Il fake è il momento di collasso tra il reperto e una sua fantasiosa traduzione attualizzata. È indubbiamente un modo per guardare alla storia, che altro non è che strati sedimentati di narrazioni. Quando gli oggetti riescono a sfondare questi livelli, sicuramente stimolano la nostra curiosità.

P: Autodefinirvi impaginatori è un po’ come definirvi post-moderni e fautori di quel “pensiero debole” che muove dalla proclamazione della morte di dio, o più semplicemente credete che da che mondo è mondo l’invenzione umana, qualsiasi genere d’invenzione, non possa che partire da un atto di impaginazione, tipo che per inventare un animale che non esiste come il centauro, si deve comunque partire da due esseri esistenti tipo il cavallo e l’uomo e accostarli con un atto che potrebbe essere definito appunto di impaginazione.

I: Impaginare può essere un atto alchemico, così come mixare e giustapporre. Non necessariamente se si mischiano due sorgenti si otterrà una somma delle due, anzi il più delle volte nascono nuove forme, imprevedibili. Impaginare è assolutamente un atto di creazione se l’attitudine dell’impaginatore è sincretica e sperimentale. Impaginare a nostro avviso è uno dei migliori modi per generare mondi; o per genuinamente perdere il controllo in mondi già esistenti.

P: E come approcciarsi al linguaggio e alla sua corrispondenza con la realtà, considerando che nelle colline tra Parma e Piacenza, la parola negus, originariamente riferita al sovrano Halie Selassié I, si è trasformata nel tempo e con la ripetizione in un sinonimo di lazzarone e di perdigiorno, mentre altrove, tra i rastafariani di Giamaica e del mondo, lo stesso sovrano Haile Selassié, è il negus neghesi, il re dei re, il ras tafari, il nobile etiope, l’eletto da dio, la luce del mondo, il messia, tanto che Bob Marley per reagire all’impossibilità della sua morte compose “Jah Live”. Viene da ragionare sul fatto che anche Saddam Hussein e Mu’Ammar Gheddafi, seppure le loro storie siano più laiche e secolari di quella di Haile Selassié I e tra i loro antenati non sembra figurino né re Salomone né la regina di Saba e nemmeno corrispettivi islamici di eguale lignaggio, tuttavia in un altrove che si fa sempre più prossimo e remoto, tra la loro gente per esempio, avrebbero magari potuto non essere considerati da tutti le canaglie che noi abbiamo creduto fossero. D’altra parte andando a frugare nella propaganda fascista guardando alla vostra opera “Topolino in Abissinia”, presentata in Triennale nella mostra “Anabasis Articulata” curata da Paola Nicolin, abbiamo scoperto che il tenero e democratico Mickey Mouse, durante il fascismo era una bastardissima camicia nera armata fino ai denti, con tanto di borraccia riempita di gas asfissiante, smaniosa di uccidere per la patria e la famiglia.

I: Negus è arrotolato attorno la figura dell’ultimo Imperatore d’Etiopia. Senza di lui crollerebbe l’architettura del progetto. C’è il Negus carnevalesco nemico del fascismo incendiato in piazza a Vernasca; c’è il Re dei Re, sovrano d’etiopia, incoronato nel 1930 con un monumento formato da una stella a tre punte (il logo di Mercedes Benz); c’è il Messia Nero, la seconda incarnazione di Gesù, secondo gli aderenti Rastafari; c’è un’icona, che viaggia liberamente e si propaga attraverso copertine di dischi, clip video, sigari, francobolli e iconografia rasta in genere; ed infine c’è Lee “Scratch” Perry, il demiurgo inventore del dub, che di Ras Tafari ha una visione molto personale e sincretica, il quale, forse, di Selassie rappresenta una possibile re-incarnazione robotica – e che in Negus purifica la piazza di Vernasca, in un balzano rito di ghiaccio e fuoco.
Ci interessa mostrare i lati insoliti e contradditori di un simbolo o una storia conosciuti. O, al contrario, contraddire gli stereotipi utilizzando iconografie nascoste: in “RAS” che presentiamo a pinksummer per la prima volta, un elemento di edilizia popolare degli anni del boom economico italiano (tecnicamente un coppo finale), diventa una sorta di maschera funeraria egizia; l’opera è una copia del coppo originale, realizzata in resina e verniciata di liquirizia e catramina.

P: “I’m gonna put on a iron shirt, and chase satan out of the earth
I’m gonna put on a iron shirt, and I chase devil out of the earth
I’m gonna send him to out of space, to find an other race
I’m gonna send him to out of space, to find an other race”
Declama in “Disco Devil” Lee Scratch Perry, come in un rito di esorcismo. E un rito di esorcismo appare anche il reenactment di Lee Perry dell’antico falò filo-coloniale, sulla piazza di Vernasca, nel quale venne bruciata l’effige del negus, al rimpatrio di un soldato autoctono ferito nei combattimenti di Abissinia.
Un’esplosione di energia e anche di bellezza in “Negus”, la leggenda del reggae in paese, sotto la vostra regia ostinata, seguendo nel suo modo la vostra volontà, come fosse una matita che dal margine procede al centro, per ritornare al margine che per incantesimo o esorcismo di Lee “Scratch Perry” non sembra più margine, ma diventa centro anch’esso. Vernasca non è solo un pretesto, è centro. In qualche modo avete attuato una deformazione spazio-temporale, come per prevenire l’accadimento di un evento sbagliato, come a correggere un fraintendimento. Come a raccontarci che il margine e le periferie non esistono in sé, bisogna inventarsele, proprio come le colonie, costi quel che costa. Sembra che tra il 1935 e il 1941, l’Italia fosse straordinariamente unita, più di quando vinse i mondiali di calcio nel 1982 e nel 2006: si racconta che perfino Benedetto Croce, seppur non vedesse di buon occhio il fascismo, si lasciò un poco pervadere dall’esotismo coloniale patrio…

I: La storia è ricca di invenzioni. L’Africa di Mussolini giungeva in Italia in formati idilliaci e puri; aveva pochi elementi di contatto con la realtà dei campi di battaglia; era un’autentica invenzione, volta al soddisfacimento di determinati palati, ahinoi palati fini, talvolta. Il punto è che ci sono nodi irrisolti che ancor oggi si ripercuotono. È quello che abbiamo inseguito nel film Malù – Lo Stereotipo della Venere Nera in Italia, a proposito della rappresentazione del corpo femminile nero in Italia.
C’è un autore siriano naturalizzato italiano che amiamo molto e che abbiamo preso a prestito per la mostra Anabasis Articulata (Triennale di Milano, 2014, a cura di Paola Nicolin): Alessandro Spina. Spina ha scritto pochi romanzi e brevi racconti, tutti ambientati nelle colonie italiane in Libia e intrisi di elementi quasi teatrali, che ben dipingono un’idea di alterità immaginata.
Siamo appassionati di storie minori. Ci piace usarle, rimasticarle e ricontestualizzarle senza nostalgie. Parliamo in presa diretta e ci serviamo di materiali del passato, del presente e del futuro. Negus è una centrifuga di luoghi, culti (arcaici, ma soprattutto vergini) e biografie, in questo senso Perry è un buon amuleto. Ed è molto ricreativo.

P: Raccontateci del titolo di questa prima personale da pinksummer “Africa Addio”, dell’immagine che avete scelto per l’invito? Cosa presenterete?

I: Presentiamo una peculiare e personalissima mitologia di imperatori e re.
La scena è occupata da una grande gorilla gonfiabile (Super Ape) che si gonfia e sgonfia ciclicamente; Lee “Scratch” Perry nel 1975 registra “Super Ape”, considerato uno dei primi – se non il primo – album dub della storia. Quest’anno è il ventesimo anniversario e per celebrare la sua uscita Perry ha appena concluso un tour negli Stati Uniti. Lo scimmione in mostra è stato sui palchi di tutto il tour ed è stato prodotto da una campagna di crowdfunding alla quale abbiamo partecipato in maniera sostanziosa; ora siamo i proprietari della scimmia; e viaggerà con noi.
Importé d’Italie è invece composto da una serie di quattro stendardi di tessuto cangiante serigrafati. Le illustrazioni e gli elementi decorativi derivano una collezione di incarti per arance siciliane; ciascuna di esse rappresenta un volto nero, un Re Moro e reca la scritta in francese “Importé d’Italie”. Gli stessi incarti sono visibili in originale nei collage della serie “King Moro”, dove ad ogni viso abbiamo applicato una corona realizzata in foglia d’oro – e in “Mooretto”, un modulo mobile in legno con una scritta scorrevole a LED, la cui texture (il classico brick di mattoni rossi) è tratta dagli sfondi degli incarti stessi.
L’immagine usata per l’invito proviene da un carro del Carnevale di Viareggio di fine anni ’60 il cui nome era Africa Addio, il titolo alla mostra. Africa Addio è anche un film del 1966 diretto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, un classico controverso del cinema Mondo. Il carro è molto articolato, ricco di dettagli, tra i quali spicca un cartello con la scritta “torna al tuo paesello”.
Bones, Atlanta è un ritratto dell’ultimo Re della dinastia di questa mostra. Bones è un ballerino che abbiamo conosciuto all’aeroporto di Atlanta, dove lavora, durante uno scalo di qualche ora. Gli abbiamo chiesto di improvvisare di fronte alla camera durante una pausa.

Invitation card
Africa Addio
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Africa Addio
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Opening photography   Davide Pambianchi