Gruppo A12

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Press-release

Pinksummer: Drammatica e paurosa l'immagine che avete scelto per l'invito della mostra da pinksummer. Il medesimo angelo, sulla tomba della famiglia Ribaudo al cimitero di Staglieno, scelto dai Joy Division per la copertina del singolo” Love we will tear us apart”. Partiamo da ciò che vi unisce: d'acchito in comune avete Genova e Stefano Boeri, oltre all'architettura in sé. L’imprinting con il genius loci vi ha insegnato solo a darvela a gambe levate? L'approccio sociale (politico?) e sconfinante di Boeri invece?

Baukuh: Al di là della – fin ovvia – associazione con la condizione “terminale” di Genova, città di vecchi e soprattutto con poco interesse per un qualsiasi futuro, l'angelo dei Joy Division lo abbiamo anche scelto un po' per caso. In certo modo è anche rivelatorio che si tratti di un'immagine di Genova prodotta dal di fuori, che è ormai la nostra condizione. Peraltro nel nostro caso, noi (cinque su sei) non siamo nemmeno di Genova. Abbiamo scelto ad un certo punto di lavorare lì, poi abbiamo preferito muovere lo studio, ora vorremmo (almeno parzialmente) riaprire anche a Genova. Sarà che facciamo gli architetti, ma abbiamo un rapporto molto poco sentimentale con le città. Le città si possono usare, per un po', poi magari si cambia idea, poi magari si cambia idea un'altra volta. Quanto al genius loci di Genova, detto da gente che viene da fuori, non ci dispiace. Certo, è chiaramente suicida, ma ha una sua grandezza.
Quanto a Stefano Boeri, era una scelta obbligata, non è che ci fossero molte alternative. Non so se avete un'idea della situazione dell'architettura in Italia alla fine degli anni novanta. Quindi anche per chi, come noi, in un certo senso aveva interessi anche piuttosto distanti da quelli di Stefano, era abbastanza inevitabile finire per lavorare con lui. E poi Stefano è una persona estremamente intelligente e generosa, capace di mettere assieme persone molto diverse. E ha il pregio di non considerarsi, lui per primo, un fallito, il che, lavorando con lui, ti dava l'impressione – del tutto eccezionale in quel contesto – che potesse anche darsi il caso che non fossi un fallito nemmeno tu.

Gruppo A12: Siamo due gruppi di architetti, anche questa dimensione di lavoro collettivo, seppure portato avanti con modalità e storie differenti ci accomuna, ma probabilmente anche con la città e con Stefano Boeri abbiamo avuto rapporti molto diversi. La canzone parla di un amore tormentato e Genova non è una città facile. Imparare a vederla un po' anche con gli occhi di chi ne sta fuori è un esercizio che sarebbe salutare per tutti i genovesi. Quanto a Stefano, lo abbiamo incontrato all'inizio degli anni '90, noi poco più che ventenni, lui poco più che trentacinquenne al suo primo incarico di insegnamento come professore associato. Sicuramente una ventata di aria fresca in un sistema accademico piuttosto stantio, con in più la capacità di coinvolgerti facendoti sentire alla pari. A12 stava nascendo proprio in quel periodo, da lì sono nate una serie di collaborazioni, anche se con il gruppo in quanto tale non sono proseguite poi così a lungo.

P: Abbiamo letto da qualche parte che dopo la fine del classicismo e il tramonto del modernismo, rispetto all'architettura siamo in un tempo di post-critica, di post-teoria, probabilmente di post e basta (anche nell'arte siamo dentro all''imperativo " mordi e fuggì" del curatore, un po' assimilabile al "vendi guadagna e pentiti" della finanza agnostica o becera che sia). In questo senso l'architettura è da intendersi come un mestiere sprofondato nel mero pragmatismo e sempre nello stesso senso la mostra da pinksummer potrebbe essere considerata un'aporia, una impossibilità, un'assurdità, o anche solo una perdita di tempo?

G.A12: In realtà nell’architettura, a fronte della crisi economica che ha colpito in maniera pesantissima il settore immobiliare, e di una disciplina che si è adagiata sugli stilemi di alcuni professionisti di larga fama, ultimamente si assiste a una grande ripresa di interesse per il “disegno”, i progetti “speculativi” (nel senso di speculazione intellettuale, non immobiliare), e tutto ciò che per l’architettura corrisponde abbastanza alla ricerca pura.
Come gruppo si può dire che la maggior parte della nostra attività è stata improntata a questo tipo di ricerca, anche se a causa del nostro atteggiamento molto più pragmatico che teoretico ciò si è tradotto in installazioni effimere invece che testi, diagrammi o grandi tavole disegnate.
Rispetto all’abuso del “post” è probabilmente dovuto a un vizio della critica che non è capace di definire più nulla se non in rapporto a quello che c’è stato prima.

B: A esser sinceri, di pragmatismo/affarismo, al momento ce n'è ben poco. Il mercato immobiliare sembra essere morto per mai più risorgere (e probabilmente non risorgerà, perlomeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto fin qua) per cui, in uno scenario di disoccupazione giovanile attorno al 35% sembra difficile immaginare che si possa essere così impegnati a far soldi da non poter fare una mostra.
Per quanto riguarda invece tutta quella fila di post-qualcosa che dicevate, crediamo che sia una prospettiva che non aiuta molto. Forse è proprio l'assunto di base di tutto il modernismo e postmodernismo eccetera che va messo in discussione. Non possiamo più pensare nei termini di uno sviluppo storico univoco a cui dobbiamo solo restare agganciati, come se lo Zeitgeist viaggiasse sulla motocicletta e noi dovessimo starci attaccati come se fossimo sul sidecar. Direi che Latour ha chiarito a sufficienza che questo tipo di modernità è solo una superstizione.

P: Una domanda scema per Baukuh. A proposito del vostro "Due saggi sull'architettura" ( Sagep editori 2012) abbiamo pensato all'interno di una comparazione assai arbitraria al film di Milos Forman “Amadeus”. Giorgio Grassi è Salieri, poveraccio e Aldo Rossi è il Mozart della storia dell'architettura, poverino?

B: “Amadeus” di Forman è uno dei film più stupidi di tutti i tempi, e Mozart sembra semplicemente uno scemo posseduto da uno spirito superiore che è esattamente quello che NON pensiamo a proposito del lavoro intellettuale. Lavorare è fatica, per tutti, e Mozart non era certo quel demente fortunato che sembra dal film (che riteniamo proprio fascista nel dare un'idea dell'arte di quel tipo).
Quindi la risposta è che Grassi è Salieri e Rossi anche lui è Salieri, ma soprattutto anche Mozart è Salieri, anche perché altrimenti sarebbe solo un pirla.

P: Una domanda per Gruppo A12. A proposito dei vostri interventi al Kröller-Müller Museum e alla Biennale di Venezia Arti Visive del 2003: persiste una differenza sostanziale tra "impianto" o anche "dispositivo architettonico" (cosi abbiamo sentito definire le vostre architetture in quelle occasioni), rispetto all'architettura vera e propria? E se esiste, è solo un problema di temporaneità o anche di responsabilità?

G.A12: Quei termini hanno un significato specifico e sono stati probabilmente utilizzati per descrivere i nostri interventi perché, messi di fronte al progetto di una particolare tipologia architettonica (il padiglione espositivo temporaneo) la nostra risposta è stata assai più ampia di una mera risoluzione del tema architettonico dal punto di vista formale e funzionale. Allargandosi ad una riflessione sulla natura dello spazio collettivo e della condizione urbana. Entrambi quegli interventi possono essere considerati una sorta di manifesto di un’idea di architettura piuttosto precisa, valida in senso generale. La loro natura effimera, su cui molti si sono concentrati è stata per noi del tutto accidentale ed è legata al fatto che, per varie ragioni, quasi solo nel contesto delle esposizioni d’arte contemporanea siamo riusciti a trovare lo spazio per esprimere queste idee.

P: Avete rapporti con l'architettura vernacolare?

G.A12: In qualche modo è impossibile non averne (bene o male anche tutta l’architettura “colta” o “d’autore” ha origine da lì), ma non possiamo dire di avere un interesse specifico per il tema o un particolare “gusto” per l’estetica vernacolare, le tecniche costruttive tradizionali o le architettura spontanee, anche se l’aspetto di alcuni nostri lavori potrebbe sembrare riconducibile ai temi dell’auto-costruzione, che è una delle possibili interpretazioni del termine che usate. Il nostro approccio alla costruzione del progetto, anche nei suoi aspetti formali, è molto più concettuale.

B: No.
Se per “vernacolare” si intende un prodotto di qualche minoranza da compatire, di qualche poveretto a cui gettare un'elemosina per mettersi l'anima in pace, allora è una cosa eticamente disgustosa. Non crediamo per niente alla presunta “architettura senza architetti”, che è sempre e solo architettura fatta da “architetti” (perché tali sono, anche se non hanno il timbro dell'ordine) oppressi, dimenticati, sfruttati. Se questa “architettura senza architetti” ha raggiunto un qualche risultato formale – e spessissimo è andata così – è sempre e solo perché c'era un progetto consapevole, e quindi c'era un architetto, anche se se ne sono perse le tracce.
Se invece per “vernacolare” si intende solo un'estetica “pittoresca”, dove tutto è un po' più sfumato, un po' più aggiustato, un po' più gentile, un po' più innocuo, quella è semplicemente robaccia.

P: Il superdutch Rem koolhaas curatore della prossima biennale di Venezia, che ne pensate?

G.A12: In linea con la tendenza degli ultimi anni di affidare la direzione della biennale a importanti architetti internazionali invece che a critici o teorici dell’architettura. Sicuramente nel caso di Koolhaas siamo di fronte ad un architetto nella cui attività il peso della ricerca è per lo meno equivalente a quello della professione e ad uno dei personaggi che più radicalmente hanno cambiato il modo di fare architettura degli ultimi 30 anni, quindi siamo curiosi di vedere come affronterà il compito.

B: Koolhaas non c'entra niente con il “Superdutch”, che è il titolo di un libro di Bart Lootsma che forse dieci anni fa faceva incazzare, ma adesso fa solo tenerezza. Peraltro Koolhaas ha sempre detestato quel libro e non lo si può certo rimproverare per “Superdutch”, anzi, forse lo si può rimproverare al contrario per aver infierito contro quel povero cristo di Bart Lootsma, che gli è toccato emigrare in Austria, ma forse non è una questione molto interessante...
Koolhaas sarà un ottimo curatore. Direi che ha diritto di far quello che vuole e che noi ci fidiamo. In generale, di Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott e Steve Albini ci fidiamo. Possono fare tutto quello che vogliono.

P: Le città si ammalano e a volte muoiono anche, talvolta accade per cause naturali tipo che i porti s'insabbiano, altre volte è una politica infetta a insabbiarle. Genova sta morendo un po', non è irrorata da buoni collegamenti, è dissanguata dall'emigrazione costante. Genova è sempre più bella però. L'Architettura, quella vera, quella della città e per la città, non quella prepotente e individualista delle archistars, potrebbe essere una medicina? Ma non è un gatto che si morde la coda? L'architettura della città, della comunità può prescindere da una politica sana?

G.A12: No l'architettura non può essere una medicina per la società. Aldo Rossi, tra una sinfonia e un quartetto, a proposito delle relazioni tra politica e città, ci dice che "la città realizza se stessa attraverso una propria idea di città". Città, architettura, opera d'arte sono prodotti della società che le esprime. La qualità dell'architettura dipende almeno altrettanto dalla committenza che dagli architetti. Quindi una buona architettura pubblica è possibile solo quando la committenza pubblica (la politica) è consapevole dell'importanza della qualità dello spazio in cui vivono i cittadini, è convinta della necessità di un progetto coerente per ottenerla ed è determinata a superare tutte le difficoltà che dargli concretezza comporta. Ma non c'è nessun legame tra qualità dell'architettura e "sanità" della politica, per come potremmo intenderla noi oggi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato ci accorgiamo che spesso anche regimi corrotti e feroci tiranni hanno prodotto architetture meravigliose.

B: Per la specifica malattia di Genova, l'architettura non può essere una medicina. Solo la politica potrebbe esserlo.

P: Rispetto a questa riflessione che andrete ad annotare in forma di mostra da noi, muovete da approcci speculativi che conducono a esiti differenti. Voi baukuh rimandate a un pragmatismo che ci piace definire impropriamente "effetto farfalla". Agite pochissimo, ma siete affatto modesti: un fremito di ala appena percettibile, che provoca un ciclone (seppure contenuto e tendenzialmente quantificabile in potenza) di effetti migliorativi dello spazio e di conseguenza della vita in quello spazio. Avete una soluzione e la soluzione cresce e si sviluppa nel ventre dell'architetto.
Mantenendo questo stile inaspettatamente astrologico adatto all'anno appena iniziato, diremmo che Gruppo A12 è cresciuto nutrendosi genuinamente anche e soprattutto di architettura radicale, il vostro linguaggio rivendica la linearità etica modernista, l'utopia è il vostro faro, ma la quadratura cinica del postmoderno non è passata invano, e dunque quella luce che seguite, pur mantenendosi fulgida , incorruttibile e fatata tende a splendere in un mondo alla rovescia, dove il progresso e il mito positivo e positivista dell'eterna giovinezza si schiantano rovinosamente. Voi lo fate schiantate di più amplificando semplicemente il rumore dello schianto. Tendete a non uscire dalla dimensione speculativa, talvolta l'architettura appare un pretesto, ma poi ci si accorge che è la condizione, la pietra fondante. Non avete soluzioni, ma ci viene da pensare che anche se ne aveste qualcuna in tasca vi sembrerebbe ingenuo offrirla, perché non potrebbe essere che parziale rispetto ai problemi che ponete o meglio che la storia pone e sui quali focalizzate per eccesso. In "12/11/1972" la mostra che presentaste nel 2002 da pinksummer, bella, il percorso era dal presente al passato e viceversa, per mostrare e dimostrare come la città possa essere letta come una sorta di diario scritto nell'alfabeto piuttosto oggettivo dell'architettura, in cui vengono annotati, consapevolmente o meno, tutti i cambiamenti della società. Focault entrava dentro al linguaggio e vi dimorava come si potrebbe dimorare dentro a una città di mattoni e cemento in barba alle regole sistemiche di Giorgio Grassi elencate, analizzate e interpretate da baukuh nel loro "Due saggi sull'architettura". Nel nuovo progetto partite dal presente e il futuro lo deducete (noi sceglieremmo però il verbo evocare).
A Genova comunque vedere le farfalle è improbabile quanto incontrare Tredicino che corre dentro allo stivale delle sette leghe.
Cosa presenterete da pinksummer?

B: Noi presentiamo una cosa molto semplice: un progetto che si intitola “Demolire Genova” e che propone la demolizione dell'1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l'attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.
In fin dei conti, non ci stanchiamo di ripeterlo: noi siamo realisti. Se c'è una cosa che non ci interessa, sono le utopie. Le cose che proponiamo si possono sempre fare, anche se forse richiedono un piccolo cambiamento di prospettiva.

G.A12: Ritorniamo a rivolgere il nostro sguardo alla città di Genova concentrandoci su un fenomeno generale che qui si presenta in maniera particolarmente evidente: il progressivo invecchiamento della popolazione nella società occidentale. E’ una tendenza che si appresta a raggiungere un punto di soglia critica e ci interessano le possibili conseguenze sull’organizzazione delle città e dei loro spazi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, di fronte a cambiamenti di questo genere solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre visioni dotate di un respiro sufficientemente ampio. Tuttavia, nel loro slancio verso il futuro, tutte le visioni utopiche o radicali hanno sempre posto al loro centro un uomo sano, nel pieno delle sue energie e potenzialità, della sua maturità e delle sue capacità produttive e riproduttive. Cosa succede invece se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? Un uomo, o una donna, che ha oltrepassato la soglia dei 65 anni e deve fare i conti con una condizione di debolezza se non di malattia? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? In mostra presenteremo una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

P: Una domanda per A12 ispirata da un articolo recentissimo (oggi) apparso sul Domenicale del Sole. Il progetto che andrete a presentare da pinksummer muove dall'idea di statistica e di probabilità per leggere un futuro non proprio radioso. Carlo Rovelli nell'articolo afferma che "La probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza", e che "Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più". Rispetto alla propensione della popolazione genovese a invecchiare oltre misura, avete per caso individuato una possibile varianza, quantomeno su scala locale, alla decadenza, che non sia un maremoto, la carestia, la guerra o la pestilenza?

G.A12: Da una rapida indagine su internet apprendiamo che il teorema di Bayes sta alla base dei filtri anti-spam dei programmi e-mail, ovvero è grazie a quel teorema se perdiamo messaggi di importanza vitale, senza riuscire ad evitarci quotidiane proposte di improbabili business da parte di sedicenti ex ministri centroafricani... quindi non siamo granché fiduciosi al riguardo. Tuttavia nel 1999 Nitin Desai, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Sociali, in occasione del lancio dell’Anno Internazionale delle Persone Anziane, affermava: "La longevità è un successo. È qualcosa che gli esseri umani hanno voluto fin dall’anno zero! Il fatto che la stiamo raggiungendo non dovrebbe essere considerato un problema. Dovrebbe essere considerato una conquista.” Noi aggiungiamo che, sempre dall’anno zero, l’apertura al cambiamento ed un atteggiamento progettuale e visionario si sono sempre dimostrati strategie particolarmente efficaci in situazioni difficili.

foto dell'invito cartaceo Massimo Palazzi

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Opening photography   Francesco Cardarelli