David Maljkovic with Jan St Werner

Shadow should not exceed

  • Opening   From 18:00
Press-release

Pinksummer: La definizione della tecnica del collage di Max Ernst riportata sulla tua monografia “Almost Here”, ci appare come una premessa assoluta e essenziale rispetto al tuo lavoro, una forma mentale prima di essere un modo di operare. Il collage, afferma Max Ernst, è la tecnica delle coincidenze provocate accidentalmente o artificialmente per mettere in relazione una o più realtà aliene
attraverso la poesia. Il tuo lavoro ruota intorno all’idea di tempo e i tempi: il passato, circoscritto essenzialmente a due decenni, gli anni ’60 e ’70, e la contemporaneità sono gli oggetti alieni, se non proprio antinomici, accostati nel tuo collage per riflettere sulle promesse delle grande utopie ideologiche (Comunismo? Capitalismo?) restituite dalle rovine dei manufatti modernisti. Rovine a cui conferisci un sentore remoto, archeologico, tipico della science fiction. Sembra che sia trascorso assai più tempo rispetto al concetto lineare di progresso a cui la storia ci aveva abituati, da qui forse quelle date stranianti 2045, 2071?

David Maljkovic: Sì, la definizione della tecnica del collage di Max Ernst si trova sul mio catalogo “Almost Here”, ma come parte del testo introduttivo di Yilmaz Dziewior, perciò è una sua osservazione…
L’idea di usare il tempo e i tempi nel mio lavoro deriva dalla necessità di discutere della situazione attuale. Il contenuto dello spazio, o un oggetto o un soggetto con i quali ho a che fare non possono essere annullati o evitati, ma entrando nel futuro possono essere scaricati. Perciò non utilizzo il futuro dal punto di vista della fantascienza ma come uno spazio vuoto, un futuro dove temi e soggetti
acquistano nuove possibilità e dove nuove piattaforme possono essere create.
A volte uso delle date, e a volte hanno un significato simbolico, ma principalmente sono lì per sottolineare l’assenza del soggetto.

P: Il futuro su cui rifletti non è più collocabile, ha rotto con il principio di causalità, è un futuro a ritroso, un archetipo lucente e liscio come una macchina sportiva ormai fuori da ogni canone contemporaneo di eco-compatibilità. Voi artisti dell’Europa dell’est, avete nella diversità, qualcosa che vi accomuna (stiamo pensando a te, a Bojan Sarcevic a Tobias Putrih, a Carsten Nicolai anche se non fa parte dell’eredità del Bloc-free). Il relativismo degli accadimenti è informato dal vostro sguardo in modo più acuto, per certi versi tragico. Riesci veramente a proteggerti dal romanticismo e dalla nostalgia quando vai “Back to the Future? Perché hai bisogno di proteggerti?

D.M: Nella risposta precedente ho spiegato la mia idea di utilizzo del futuro, ma il futuro tende a reinventarsi costantemente con il tempo.
Per quello che mi riguarda, i lavori degli artisti che hai menzionato hanno poetiche piuttosto diverse e hanno a che fare con diversi problemi e posizioni, perciò per me, vederli come provenienti dall’Europa dell’Est non ha molta importanza.
Riguardo alla questione di come mi protegga dalla nostalgia, devo dire che quella frase era esattamente una parte del testo del diario immaginario che avevo iniziato a scrivere nel 2003 nel contesto di “Again for Tomorrow”, che era una sorta di lavoro ermetico ed esplorativo. Penso sia difficile dare una risposta considerando che la frase è stata presa da quel testo e messa in forma di domanda…

P: Marinetti nel suo “Manifesto Futurista” rispetto a una storia ingombrante, poteva permettersi di fare tabula rasa come un adolescente che per proiettarsi nel futuro si ribella all’autorità di un genitore. Nei tuoi collage comparativi l’autorevolezza della storia è svuotata, il Memorial Park che ti portarono a visitare alle elementari, è il oggi il supporto per il ripetitore della Televisione Croata e
dell’antenna per il T-Mobile, il padiglione italiano della fiera di Zagabria costruito da Tito è un edificio deserto e obsoleto. L’amnesia solleticata dall’easy english può essere una via per svincolarsi stancamente da un’eredità inutilizzabile se non come oggetto poetico?

D.M: Ogni generazione crea la propria relazione con il passato, o per meglio dire con l’autorità genitoriale. L’intensità della relazione dipende da diversi fattori, e uno di questi è sicuramente la distanza temporale e quello che i genitori lasciano. Così, in questa relazione, qualcuno o forse l’intera generazione, vuole uccidere il genitore, oppure usarlo. Penso che la nostra generazione abbia avuto una relazione diretta con il passato. Il Memorial Park era un posto che ho interpretato come completamente assente. Se dobbiamo elaborare i fatti, potremmo dire che questi spazi non esistono più, o che esistono solo in senso fisico. Se questo fatto fosse
un presupposto ne deriverebbe una relazione di sconfitta. Ne risulterebbe uno spazio senza rilevanza, un patrimonio che non ha più senso, per questo ho cercato di inserire una relazione personale come una sorta di fuga, una piccola crepa attraverso la quale è possibile scappare.

P: Raccontaci del progetto in collaborazione con Jan St Werner dei Mouse on Mars che presenterai da pinksummer? Perché quel titolo “Shadow should not exceed”?

D.M: La collaborazione con Jan St Werner sembra una logica conseguenza delle nostre collaborazioni precedenti. In “Scene for New Heritage 3” la musica di Jan appare in una parte del video. Per la mostra da pinksummer siamo andati un passo avanti: questa volta Jan ha creato il suono per l’installazione. Penso che il coinvolgimento del suono ci obblighi a presentare e vedere le cose in una
maniera più astratta, e questo ci è sembrato perfetto per questo progetto che approccia gli elementi che utilizza in maniera libera.
L’installazione è qui come una esposizione di, possiamo dire, un archivio privato di frammenti con, come hai scritto in una delle domande precedenti, un sentore archeologico. Nei collages ci sono frammenti di rassegne annuali sul progresso economico degli anni Sessanta, e di riviste di architettura. Questi frammenti sono perlopiù applicati alle fotografie che ho scattato dopo la notte di Capodanno.
“Shadow should not exceed” è il titolo preso dall’articolo “Architecture and computers”, di una rivista di architettura degli anni Sessanta, mentre il testo sono delle istruzioni di codice per il computer che ho tagliato dalla riproduzione.

Invitation card
Shadow should not exceed
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Opening photography   Francesco Cardarelli