Alis / Filliol

Ultraterra

  • Opening   From 18:00
Press-release

Questa seconda personale, dal titolo “Ultraterra”, di Alis/Filliol da pinksummer, potrebbe essere interpretata come una lieve variazione degli artisti da se stessi, o come hanno dichiarato durante una conversazione, è come se si fossero spostati di due gradi sul goniometro dalla scultura, per farne evaporare il corpo, creando un’installazione scultorea di natura ambientale.
La narrazione muove da una testa modellata in gesso da Alis/Filliol qualche anno fa, che successivamente, seguendo quella loro particolare attitudine di intendere la scultura come un dispiegamento di esperienze se non proprio impreviste, non del tutto previste, hanno poi riempito di poliuretano fina a farla esplodere. Decisero poi di produrre la testa scoppiata in un unico materiale, pertanto costruirono un negativo, costituito da due valve, e dal calco uscì il simulacro in gesso del capo deformato dal poliuretano. Dalla sua produzione a oggi, il calco in negativo della testa è rimasto immobile e silente in studio, come si addice alla scultura più che a qualsiasi altra forma d’arte, soprattutto se figurativa. Al più su di esso si posavano ogni tanto gli sguardi interlocutori di Alis/Filliol, come a chiedersi se la traiettoria di quel lavoro fosse finita lì o avrebbe potuto a un certo momento condurli altrove. Poi è arrivata la seconda personale da pinksummer e i due stampi della testa scoppiata in gesso si sono prestati bene per realizzare un lavoro sulla deformazione, sulla trasformazione e forse anche sulla trasfigurazione, da un certo punto di vista. “Ultraterra” opera di fatto un doppio ribaltamento: da una parte sussiste il passaggio dal volume alle due dimensioni, dall’altra si ha come l’impressione che gli artisti abbiano voluto spostare la scultura intorno al corpo del visitatore. Quella che Alis/Filliol presentano è una scultura senza corpo, in cui permane una potente ossessione scultorea per il volume. Tale ossessione per la plasticità, lungi dall’essere una latenza residuale di matrice linguistica, pare piuttosto il fatto o più precisamente il modulatore emotivo per trasformare lo spazio inumano della scultura nell’estensione temporale di un paesaggio privo di massa.
Rosalind Krauss in “Passaggi” scrive a proposito di come la scultura costruttivista e futurista si sia lasciata trasformare dal teatro: “La scultura di cui sto parlando si nutre al contrario della convinzione che ciò che essa era non basta più, poiché poggiava su un mito idealista. Cercando di scoprire ciò che è, o almeno cosa può essere, la scultura si è servita del teatro e in particolare del suo rapporto con il contesto dello spettatore come di uno strumento per distruggere , indagare e ricostruire”. Si potrebbe immaginare che Alis/Filliol in assoluto, ma più in specifico in “Ultraterra”, abbiano fatto invadere/concimare il loro campo di azione dal cinema o dalla cinematografia, contrattando con il corpo della scultura e dello stesso spettatore: più un film è avvincente, più ci si dimentica del corpo, si va oltre alla immanenza corporea, si entra in una dimensione extra-corporea. Il paesaggio vivido e immersivo di “Ultraterra” celebra la passione plastica guardando dritto nel vuoto, viene in mente Rust Cohle in “True Detective” quando afferma: “In questo universo noi gestiamo il tempo in maniera lineare, in avanti. Ma al di fuori del nostro spazio-tempo, da una prospettiva che sarebbe quadrimensionale, il tempo non esisterebbe. E’ da quella posizione, se potessimo raggiungerla, vedremmo che il nostro spazio-tempo è come appiattito, come una singola scultura la cui materia è sovrapposizione a ogni luogo che abbia mai occupato. La nostra vita si ripropone ciclicamente come dei kart su una pista. Tutto quello che è al di fuori della nostra dimensione è eternità, l’eternità ci osserva dall’alto. Ora, per noi è una sfera, ma per loro è un cerchio”.
Non si tratta dunque solo di un motivo formale, uscire dal medium specifity, per Alis/Filliol significa anche condividere una particolare temperie, uno Zeitgeist, che si trova nei film, nelle serie tv, nella musica, una sorta di sensibilità, che muovendo dalla realtà delle cose traccia sentieri che sembrano condurre verso l’invisibile. In questi simulacri in cui l’invisibile si manifesta si può dedurre a piacere il positivo mistico o il negativo del vuoto etico e ideologico. Positivo e negativo sono due polarità inscindibili nella scultura, quando si ha un positivo esiste sempre un fantomatico negativo, come nel mondo del tempo ciclico e lineare si sa che esiste la luce perché prima o poi le tenebre sopraggiungono.
Rispetto a Alis/Filliol l’idea di paesaggio era già implicita nelle sculture a “neve persa”, sculture in positivo il cui risultato era indubbiamente paesaggio. Si potrebbe azzardare che sulla loro traiettoria le “nevi perse”, stanno al positivo e alla luce, come i “Mofo” stanno al negativo e all’oscurità. Di fatto i “Mofo” crescono nel negativo dei buchi che gli artisti scavano per produrli, ipotizzando una storia negativa della scultura del XX secolo a cui si riconducono.
I “Mofo” rappresentano l’alterità di quella scultura di cui comprendono o sussumono analiticamente il linguaggio parodiandolo. La parodia è una delle modalità di Alis/Filliol per rimanere stranieri all’interno della propria lingua, per sperimentare nella scultura. I “Mofo” obbligano lo spettatore a uno sguardo arcaico, si pongono su un altro piano rispetto allo spettatore, non cercano la comunione con il suo sguardo, sono idoli che manifestano una presenza gigantesca. I “Mofo” consumano materia, spazio, e le vibrazioni dell’ego di chi guarda, paiono porsi come ostacolo dell’ego ermeneutico.
Arthur Bloch definiva la scultura “ quella roba in cui vai a sbattere in un museo quando fai due passi indietro per guardare meglio un quadro”, con “Jir” la scultura che Alis/Filliol hanno presentato lo scorso anno nel padiglione Italia della Biennale di Venezia, pensato dal curatore come una griglia a compartimenti stagni, gli artisti hanno forzato l’idea della scultura intesa come ostacolo, posando il “Mofo” come un’ enorme frana che rendeva l’antro angusto ancora più imbarazzante, come a tendere un’imboscata a tutte le adesione al preconcetto, compreso il mito del classicismo formalista.
Non sappiamo ancora, ma anche se la sfera è stata trasfigurata in cerchio, il negativo e positivo sono diventati chiaroscuro, non crediamo in nessun modo che Alis/Filliol abbiano abiurato al barocco inteso come filosofia della crisi, come a dire che non c’è stata nessuna ascensione verso l’astrazione da parte loro. Già dalla scelta dell’ immagine bucolica straniante dell’invito di “Ultaterra”, che pare un opuscolo di una qualche chiesa evangelica contaminato da Gregory Crewdson, Alis/Filliol lasciano intuire che non aderiranno neanche in questa mostra all’ideologia dell’arte a basso consumo o tripla classe A.

Invitation card
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Opening photography   Alice Moschin